VINCENZO AMMALIATO «La strage di Castelvolturno dello scorso settembre, costata la vita ai sei africani, non ha fatto altro che scoperchiare un putrido pentolone nel quale chi vive a Castelvolturno è immerso dentro da anni e spesso non se ne accorge. Subito dopo si è scatenata una prevedibile attenzione mediatica sul territorio, un’attenzione senza precedenti. E molti hanno cercato di sfruttare il momento per dare in pasto a un popolo bramoso di risposte gli interventi più semplici e immediati possibili. Ma una problematica tanto complessa come quella che vive il territorio domizio da anni, va affrontata in maniera completamente diversa». La riflessione è di Antonio Casale, il direttore del centro Fernandes, che sceglie il giorno dei tanto attesi funerali dei sei ghanesi vittime della mattanza della sartoria (cerimonia peraltro, avvenuta senza salme e con uno strascico di proteste), per rompere il silenzio che si era imposto durante le recenti polemiche sorte a seguito della richiesta dei politici locali del centrodestra di chiudere la struttura vescovile di Castelvolturno da lui gestita perché ritenuta responsabile delle presenze di clandestini nella zona. E va giù duro. «Nelle ultime settimane - sottolinea Casale - è stato posto in essere il tentativo di trasformare il Fernandes in un simbolo di degrado, responsabile dell’immigrazione selvaggia nel paese. Così come è stato anche per l’ormai famoso «American palace». La richiesta di chiusura e di abbattimento di queste due strutture rischia di diventare un nuovo simbolo - aggiunge - con la funzione catartica di distrarre l’attenzione dai veri problemi del territorio. Il pericoloso tentativo messo in atto, in buona o cattiva fede, è insomma quello di voler far credere alla gente che eliminati quelli che vengono identificati come il «bubbone infetto», la malattia scompare. Purtroppo si sbagliano, non è così. Ma il bubbone è, e resta, solo il sintomo più evidente di una malattia molto più grave e profonda che se non si combatte in radice va in metastasi». I fatti capitati in zona negli ultimi tre mesi hanno segnato profondamente la gente di Castelvolturno; fra questi, ovviamente, anche il direttore della struttura vescovile di Castelvolturno, porta i segni di tre mesi di forti tensioni. Ha cercato, per settimane, di restare fuori dalle polemiche e dalle schermaglie politiche che pure hanno finito per avvelenare un clima già pesante in una città in cui sui muri sono comparse scritte e minacce di morte contro il sindaco Nuzzo, ma anche frasi di incitamento ai killer della camorra. Nelle sue parole si coglie anche un velo di rassegnazione. «Non molti anni fa - sottolinea Casale - furono abbattute, suonando la grancassa, le famose torri del Villaggio Coppola, un simbolo, ormai molto logoro, dell’abusivismo imperante da un ventennio sul territorio. Si disse che era iniziato il riscatto. A distanza di pochi anni - aggiunge - la città è precipitata nel periodo più buio della sua storia dimostrando come il sacrificio dei «capri espiatori» individuati al momento, di biblica memoria, non produce nessun risultato se non quello di soddisfare intime pulsioni di vendetta, foriere di nuovi e più pericolosi mali». Ma per far rinascere Castelvolturno, quindi cosa serve? Per Antonio Casale non ci sono dubbi: «Non occorrono eroi, martiri o santi. Occorre solo gente onesta che ama il prossimo suo come se stesso».
venerdì 12 dicembre 2008
"Il riscatto? dissero così anche per l'abbattimento delle torri"
VINCENZO AMMALIATO «La strage di Castelvolturno dello scorso settembre, costata la vita ai sei africani, non ha fatto altro che scoperchiare un putrido pentolone nel quale chi vive a Castelvolturno è immerso dentro da anni e spesso non se ne accorge. Subito dopo si è scatenata una prevedibile attenzione mediatica sul territorio, un’attenzione senza precedenti. E molti hanno cercato di sfruttare il momento per dare in pasto a un popolo bramoso di risposte gli interventi più semplici e immediati possibili. Ma una problematica tanto complessa come quella che vive il territorio domizio da anni, va affrontata in maniera completamente diversa». La riflessione è di Antonio Casale, il direttore del centro Fernandes, che sceglie il giorno dei tanto attesi funerali dei sei ghanesi vittime della mattanza della sartoria (cerimonia peraltro, avvenuta senza salme e con uno strascico di proteste), per rompere il silenzio che si era imposto durante le recenti polemiche sorte a seguito della richiesta dei politici locali del centrodestra di chiudere la struttura vescovile di Castelvolturno da lui gestita perché ritenuta responsabile delle presenze di clandestini nella zona. E va giù duro. «Nelle ultime settimane - sottolinea Casale - è stato posto in essere il tentativo di trasformare il Fernandes in un simbolo di degrado, responsabile dell’immigrazione selvaggia nel paese. Così come è stato anche per l’ormai famoso «American palace». La richiesta di chiusura e di abbattimento di queste due strutture rischia di diventare un nuovo simbolo - aggiunge - con la funzione catartica di distrarre l’attenzione dai veri problemi del territorio. Il pericoloso tentativo messo in atto, in buona o cattiva fede, è insomma quello di voler far credere alla gente che eliminati quelli che vengono identificati come il «bubbone infetto», la malattia scompare. Purtroppo si sbagliano, non è così. Ma il bubbone è, e resta, solo il sintomo più evidente di una malattia molto più grave e profonda che se non si combatte in radice va in metastasi». I fatti capitati in zona negli ultimi tre mesi hanno segnato profondamente la gente di Castelvolturno; fra questi, ovviamente, anche il direttore della struttura vescovile di Castelvolturno, porta i segni di tre mesi di forti tensioni. Ha cercato, per settimane, di restare fuori dalle polemiche e dalle schermaglie politiche che pure hanno finito per avvelenare un clima già pesante in una città in cui sui muri sono comparse scritte e minacce di morte contro il sindaco Nuzzo, ma anche frasi di incitamento ai killer della camorra. Nelle sue parole si coglie anche un velo di rassegnazione. «Non molti anni fa - sottolinea Casale - furono abbattute, suonando la grancassa, le famose torri del Villaggio Coppola, un simbolo, ormai molto logoro, dell’abusivismo imperante da un ventennio sul territorio. Si disse che era iniziato il riscatto. A distanza di pochi anni - aggiunge - la città è precipitata nel periodo più buio della sua storia dimostrando come il sacrificio dei «capri espiatori» individuati al momento, di biblica memoria, non produce nessun risultato se non quello di soddisfare intime pulsioni di vendetta, foriere di nuovi e più pericolosi mali». Ma per far rinascere Castelvolturno, quindi cosa serve? Per Antonio Casale non ci sono dubbi: «Non occorrono eroi, martiri o santi. Occorre solo gente onesta che ama il prossimo suo come se stesso».
Strage, ultimo saluto ai sei ghanesi uccisi
VINCENZO AMMALIATO Saranno il vescovo di Capua, monsignor Bruno Schettino, e l'Imam della moschea di San Marcellino, Nasser Hidouri, a celebrare questa mattina il rito religioso per i sei immigrati ghanesi brutalmente assassinati lo scorso 18 settembre al chilometro 43 della via Domiziana. Esattamente due mesi e mezzo dopo il giorno più nero della storia di Castelvolturno, alle 10, torneranno dall'obitorio di Caserta le sei salme vittime della camorra. Ad attenderle, a meno di un chilometro dal luogo della strage, in via Lungolago a Ischitella, ci saranno il fratello di uno dei defunti e i loro tanti amici. È attesa a Castelvolturno anche la presenza dell'assessore regionale agli affari sociali Alfonsina De Felice, che dopo la strage stanziò la cifra di cinquantamila euro necessaria a coprire le spese dei funerali. La cerimonia interreligiosa inizierà alle 11 e durerà circa un ora. In un primo momento si era pensato di celebrare dei funerali separati: uno cristiano, per le due vittime che professavano la fede pentecostale e il rito musulmano per le altre quattro. È stata, poi, la mediazione dei dirigenti del Comune di Castelvolturno con i parenti dei defunti e i religiosi a far propendere per il rito unico. Subito dopo la preghiera, l'impresa di pompe funebri incaricata del trasferimento in Ghana delle salme provvederà al trasporto dei feretri direttamente all’aeroporto di Roma. Ed è su questo punto che si sono spente le ultime speranze degli amici delle vittime. Gli immigrati della Domiziana, infatti, sin dal giorno dopo la strage, avevano palesato il desiderio di un corteo funebre lungo le vie del paese costiero. Ma la prefettura ha ribadito ieri sera durante una riunione con il sindaco di Castelvolturno Francesco Nuzzo, che per motivi d’ordine pubblico è preferibile che il corteo non si faccia. Cosa resterà della strage della sartoria nella mente della gente di Castelvolturno dopo questi funerali? Il negozio del chilometro 43 è chiuso da quel triste giorno. Adagiati alla sua saracinesca sono rimasti solo dei fiori appassiti. Questi sembrano essere gli unici segnali della mattanza. Il territorio già da fine settembre è completamente militarizzato; ma dopo qualche giorno di «assestamento» ha riacquistato il suo aspetto di sempre. Anche le prostitute di colore sono ritornate a esercitare la loro professione sui marciapiedi della Domiziana a tutte le ore del giorno e della notte come prima del 18 settembre. L'immigrazione clandestina e il mercato della droga, nonostante il blitz di carabinieri e polizia all'ormai famoso American palace, sembrano non essere stati neanche scalfiti. «Nonostante tutto - ha detto Bismark, un immigrato tanzaniano, amico delle sei vittime - a me Castelvolturno continua a piacere. E resterò a vivere qui con la mia famiglia».
monta la pprotesta contro il fernandes a Castelvolturno
17.11.08 Castel Volturno - «Non ritengo assolutamente di essere razzista, né di perseguire azioni di carattere xenofobo, ma sono un semplice portavoce di gran parte dei residenti di Castelvolturno». Respinge con forza la parola “razzismo” Antonio Scalzone, il capogruppo dei consiglieri di opposizione del Comune di Castelvolturno, promotore della richiesta di chiusura o conversione del centro per immigrati Fernandes che negli ultimi giorni ha sollevato non pochi dibattiti a Castelvolturno. La sua, spiega, è «una battaglia per la cittadinanza», tanto che otto giorni fa ha iniziato «a raccogliere firme raggiungendo già quota cinquecento sottoscrizioni». «Fra i firmatari - aggiunge Antonio Scalzone - molti sono persone che hanno idee politiche diverse da noi. E per domenica prossima supereremo le mille firme». Il capogruppo ha anche fatto sapere di aver avuto, ieri, un cordiale colloquio telefonico con il vescovo di Capua Bruno Schettino. «Ho confermato a sua eccellenza - ha detto Scalzone - che la mia non è una battaglia personale contro la sua Curia. A Castelvolturno arrivano tutti i clandestini che sbarcano a Lampedusa, o a Crotone e Ragusa; in quei luoghi vengono immediatamente informati, non si sa bene da chi, che sul litorale domizio c'è una struttura della Caritas che può garantire loro assistenza. Molti di questi, poi - continua l’ex sindaco - non riescono a entrare nel Fernandes perché sono troppi ma restano ugualmente sul territorio facendolo morire». Il centro è nato però nel 1996 quando l’immigrazione clandestina era già una piaga a Castelvolturno. «La nostra struttura - ha sottolineato il direttore Antonio Casale - è stata pensata proprio per venire incontro a un grosso disagio che c'era sul territorio. Gli immigrati arrivavano e arrivano ancora oggi a Castelvolturno perché ci sono numerose comunità di extracomunitari, e il loro tam-tam è molto forte». Padre Giorgio Poletti, il missionario da sempre al fianco degli immigrati del litorale, ipotizza delle manovre destabilizzatrici dietro la «vicenda Fernandes». «Ho l'impressione - ha detto il religioso - che si stia ancora una volta utilizzando lo spauracchio del centro per immigrati al solo fine di montare in paese la rabbia nei confronti dei clandestini. Questo per indirizzare i controlli delle forze dell'ordine esclusivamente nei confronti degli extracomunitari».
La domitiana, dove non c'è strada non c'è civiltà

Al Paese che il 19 settembre scorso si è svegliato con le immagini di una delle stragi più cruente della sua storia criminale, quella della sartoria di Castelvolturno con i suoi sei morti ghanesi, sono arrivate, forse per la prima volta, in quantità le «istantanee» del degrado del litorale. Poi le immagini della devastazione della rivolta degli immigrati. Immagini, spezzoni, video spesso girati frettolosamente: il Paese ha visto, si è indignato e ha archiviato appena possibile. Della Domiziana è arrivato quanto bastava a reggere per qualche giorno un grave fatto di cronaca. Senza scomodare semiologi e filosofi, funziona così la società mediatica. Qualche immagine, una veloce sintesi, un giudizio e via, si passa alla pratica successiva.
Chi non ha avuto fretta è un giovane regista, Romano Montesarchio, che ha appena ultimato un documentario di 45' frutto di un lavoro cominciato nel 2003 con l'abbattimento delle torri del villaggio Coppola, seguito da osservazioni costanti nel corso degli anni e completato con una campagna di riprese cominciata a febbraio e ultimata qualche giorno fa. Il frutto è «La Domitiana, dove non c'è strada non c'è civiltà» (di Romano Montesarchio e Vincenzo Ammaliato, produzione Effetto Vertigo, regia di Romano Montesarchio, 2008).
Chi vuole conoscere la realtà domizia può vedere questo documentario: non c'è una voce narrante, non ci sono effetti speciali, il filo conduttore è, appunto, la strada con il suo mondo, il suo durissimo e complicatissimo mondo. C'è la strada vista dagli occhi di chi la frequenta, di chi la subisce, di chi la descrive. Occhi, soprattutto occhi che Montesarchio scruta, occhi impauriti, occhi arroganti, occhi dolenti di umanità che si sovrappongono, si guardano, si odiano. Il documentario - la cui «prima» è prevista il prossimo 20 dicembre al Cinepolis del Centro Commerciale Campania (ma alcuni spezzoni saranno trasmessi da «Un mondo a colori» di Rai1 nella seconda settimana di dicembre) - mostra lo sfascio della Domiziana, i luoghi che l'avrebbero dovuta trasformare e che invece sono stati trasformati: alberghi abbandonati, industrie scheletrite, interi complessi abusivi o case abbandonate: immagini che, mai in modo così completo e pulito, sono state riprese e mostrate con l'ansia di capire e di spiegare.
C'è anche il coraggio di chi in questi posti lavora: dal sindaco di Castelvolturno, Francesco Nuzzo (che, vale la pena ricordarlo, il giorno della rivolta degli immigrati è stato l'unico a scendere in strada per tentare di aprire un dialogo e fermare le devastazioni), ai volontari del Centro Fernandes, al personale del 118: anche per questi Montesarchio porta la camera sui volti, sulle espressioni. Le immagini, anche le più forti, sono belle: emerge chiara la ricerca del particolare che spiega il contesto, si vede la modernità del montaggio e la cura della colonna sonora che accompagna il documentario.
Con Vincenzo Ammaliato, giornalista che veste a tratti i panni di Virgilio, Romano Montescarchio ha realizzato un documentario di grande passione civile, raccontando drammi, ma soprattutto mostrando la dignità di quanti su quei 50 chilometri lavorano per fare qualcosa di diverso. Di migliore.
Nota: Gianni Molinari da "Il Mattino" del 23.11.2008
lunedì 13 ottobre 2008
Baia Verde, i cento passi della strategia del terrore
13/10/2008
È racchiusa in cento passi gran parte della storia recente di Castelvolturno. È stata scritta a Baia Verde, infatti, la storia più cruenta che il paese litoraneo abbia mai vissuto. Il mesto e breve percorso parte dalla sala giochi gestita da Antonio Celiento in via Vasari, ucciso il 18 settembre con oltre cinquanta colpi d’arma da fuoco per volontà del killer cieco Giuseppe Setola. Di fronte alla sala giochi c’è l’abitazione di Alfonso Cesarano, arrestato tre giorni dopo la strage della sartoria perché riconosciuto dal ghanese superstite dell'eccidio. A meno di cinquanta metri da quel luogo c’è il piccolo ulivo piantato dall’amministrazione comunale nel luogo dove fu barbaramente assassinato la mattina del 13 maggio Mimmo Novello. Uno dei suoi assassini viveva cinquanta metri più avanti. Si chiama Oreste Spagnolo. La sua casa adesso è chiusa. Come è chiusa la sala giochi di Celiento. Come è chiuso un locale commerciale da cinque entrate che si trova nella piazza principale di Baia Verde; alle sue serrande ci sono affissi i cartelli di Fittasi. Aperto, invece, è il negozietto nei pressi del quale è stato piantato l'ulivo. Il gestore del locale se ne prende cura tutti i giorni annaffiandolo. .am.
È racchiusa in cento passi gran parte della storia recente di Castelvolturno. È stata scritta a Baia Verde, infatti, la storia più cruenta che il paese litoraneo abbia mai vissuto. Il mesto e breve percorso parte dalla sala giochi gestita da Antonio Celiento in via Vasari, ucciso il 18 settembre con oltre cinquanta colpi d’arma da fuoco per volontà del killer cieco Giuseppe Setola. Di fronte alla sala giochi c’è l’abitazione di Alfonso Cesarano, arrestato tre giorni dopo la strage della sartoria perché riconosciuto dal ghanese superstite dell'eccidio. A meno di cinquanta metri da quel luogo c’è il piccolo ulivo piantato dall’amministrazione comunale nel luogo dove fu barbaramente assassinato la mattina del 13 maggio Mimmo Novello. Uno dei suoi assassini viveva cinquanta metri più avanti. Si chiama Oreste Spagnolo. La sua casa adesso è chiusa. Come è chiusa la sala giochi di Celiento. Come è chiuso un locale commerciale da cinque entrate che si trova nella piazza principale di Baia Verde; alle sue serrande ci sono affissi i cartelli di Fittasi. Aperto, invece, è il negozietto nei pressi del quale è stato piantato l'ulivo. Il gestore del locale se ne prende cura tutti i giorni annaffiandolo. .am.
domenica 12 ottobre 2008
"Zì Bernardino", da capocosca ai set cinematografici
12/10/2008
Nel film «Gomorra» di Matteo Garrone ha interpretato il ruolo di «zì Bernardino», l’uomo che trae in inganno e che, come si dice nel gergo della mala, «porta a dama» i due adolescenti che volevano diventare boss, facendoli barbaramente assassinare. Nel film «L’imbalsamatore», girato a Pinetamare nel 2002, era un vero e proprio boss della camorra. Per gli inquirenti, invece, Bernardino Terracciano, è un fiancheggiatore del clan del litorale domizio. E mentre ieri mattina dei veri carabinieri gli stringevano ai polsi le manette non c’era alcun regista a dirigere le scene, né telecamere a zoomare su sguardi ed emozioni. Ma Terracciano non è l’unico attore di «Gomorra» ad avere avuto a che fare con la giustizia. Dalle luci della ribalta alla galera è già finito, lo scorso giugno, Giovanni Venosa. Anche lui, come «zì Bernardino», nel film premiato a Cannes ha interpretato se stesso, indossando i panni del feroce capozona di Pinetamare. E non basta: le forze dell’ordine due settimane fa hanno chiuso il locale sexy del Villaggio Coppola dove furono girate alcune scene del film, perché al suo interno lavoravano delle ragazze extracomunitarie sprovviste di permesso di soggiorno. Operazioni da "Oscar" da parte delle forze dell'ordine.
Nel film «Gomorra» di Matteo Garrone ha interpretato il ruolo di «zì Bernardino», l’uomo che trae in inganno e che, come si dice nel gergo della mala, «porta a dama» i due adolescenti che volevano diventare boss, facendoli barbaramente assassinare. Nel film «L’imbalsamatore», girato a Pinetamare nel 2002, era un vero e proprio boss della camorra. Per gli inquirenti, invece, Bernardino Terracciano, è un fiancheggiatore del clan del litorale domizio. E mentre ieri mattina dei veri carabinieri gli stringevano ai polsi le manette non c’era alcun regista a dirigere le scene, né telecamere a zoomare su sguardi ed emozioni. Ma Terracciano non è l’unico attore di «Gomorra» ad avere avuto a che fare con la giustizia. Dalle luci della ribalta alla galera è già finito, lo scorso giugno, Giovanni Venosa. Anche lui, come «zì Bernardino», nel film premiato a Cannes ha interpretato se stesso, indossando i panni del feroce capozona di Pinetamare. E non basta: le forze dell’ordine due settimane fa hanno chiuso il locale sexy del Villaggio Coppola dove furono girate alcune scene del film, perché al suo interno lavoravano delle ragazze extracomunitarie sprovviste di permesso di soggiorno. Operazioni da "Oscar" da parte delle forze dell'ordine.
«Corteo bipartisan contro clan e clandestini»
12/10/2008
VINCENZO AMMALIATO «Una manifestazione bipartisan contro camorra e immigrazione clandestina». È l’idea, «da mettere in pratica in pochi giorni», annunciata ieri sera dal sindaco di Castelvolturno Francesco Nuzzo al termine di una giornata tesa, iniziata nella sala consiliare del Comune con un incontro sulla sicurezza con i cittadini, i politici locali e sei parlamentari del Pdl: Ernesto Caccavale, Giovanni Compagna, Pasquale Giuliano, Giovanna Petrenga, Giovanni Sagliocco e Carlo Sarro; assenti i tre parlamentari della zona, Nicola Cosentino, Gennaro Coronella e Mario Landolfi. Francesco Nuzzo ha aperto i lavori chiedendo ai partecipanti di essere responsabili e di non lasciarsi andare a invettive nei confronti di nessuno, come accaduto nella manifestazione di martedì scorso, quando molti cittadini scandirono cori anti-sindaco. «Siamo in un momento storico particolare - ha detto Nuzzo - dove più di una persona perbene a Castelvolturno sta rischiando la vita». Ma le sue parole, almeno in un primo momento, non hanno trovato sponde favorevoli; il sindaco Nuzzo infatti, a metà giornata, ha abbandonato la sala comunale perché innervosito e amareggiato dall'intervento del consigliere d'opposizione Sergio Luise, il quale lo ha chiaramente indicato come «corresponsabile dei gravi problemi recenti che sta patendo il territorio». Poco dopo, un cittadino di Castelvolturno presente in sala, al quale non è stata concessa la possibilità d'intervenire al dibattito, ha inveito pesantemente contro gli organizzatori dell’incontro, definendoli addirittura «camorristi». Una dozzina gli interventi che si sono susseguiti fra enfasi e rabbia. Sono intervenuti i semplici residenti, i promotori del corteo non autorizzato svolto sulla Domiziana lo scorso martedì, i volontari delle associazioni del territorio, gli amministratori locali. Tutti si sono concentrati essenzialmente su due temi: «Castelvolturno non è un paese razzista, così descritto nelle ultime tre settimana da gran parte dei mass media nazionali e il fatto che le forze dell'ordine che hanno militarizzato la zona abbiano una visione purtroppo solo parziale dei problemi del territorio». L'ex sindaco Antonio Scalzone ha annunciato che «se tra un paio di settimane le forze dell'ordine che pattugliano Castelvolturno non si impegneranno anche nel contrasto all'immigrazione clandestina, inviterò tutti i cittadini a consegnare al Comune le proprie carte d'identità». In questo paese - ha continuato Scalzone - i clandestini hanno maggiori diritti dei residenti. Quindi è meglio essere irregolari». Mentre Vincenzo Martino della Proloco ha auspicato un aumento strutturale ell'organico del commissariato di polizia. «Quando i mille uomini delle forze dell'ordine lasceranno il territorio - ha detto Martino - sarà necessario raddoppiare gli agenti al commissariato». I lavori sono terminati con i saluti e la solidarietà espressa dai sei parlamentari intervenuti alla gente del litorale. Fra tutti, colui che ha guadagnato più applausi è stato il senatore Carlo Sarro, il quale ha proposto «di riunirsi ogni venti giorni a Castelvolturno per fare il punto della situazione, così come sta facendo con la città di Napoli il premier Berlusconi per il problema rifiuti». Poi in serata l’annuncio di Nuzzo. «Ho l’adesione di tutti i parlamentari del Pdl presenti in Comune; qualcuno nel Pd ha già aderito». La sensazione è che non sarà molto facile mettere tutti d’accordo.
VINCENZO AMMALIATO «Una manifestazione bipartisan contro camorra e immigrazione clandestina». È l’idea, «da mettere in pratica in pochi giorni», annunciata ieri sera dal sindaco di Castelvolturno Francesco Nuzzo al termine di una giornata tesa, iniziata nella sala consiliare del Comune con un incontro sulla sicurezza con i cittadini, i politici locali e sei parlamentari del Pdl: Ernesto Caccavale, Giovanni Compagna, Pasquale Giuliano, Giovanna Petrenga, Giovanni Sagliocco e Carlo Sarro; assenti i tre parlamentari della zona, Nicola Cosentino, Gennaro Coronella e Mario Landolfi. Francesco Nuzzo ha aperto i lavori chiedendo ai partecipanti di essere responsabili e di non lasciarsi andare a invettive nei confronti di nessuno, come accaduto nella manifestazione di martedì scorso, quando molti cittadini scandirono cori anti-sindaco. «Siamo in un momento storico particolare - ha detto Nuzzo - dove più di una persona perbene a Castelvolturno sta rischiando la vita». Ma le sue parole, almeno in un primo momento, non hanno trovato sponde favorevoli; il sindaco Nuzzo infatti, a metà giornata, ha abbandonato la sala comunale perché innervosito e amareggiato dall'intervento del consigliere d'opposizione Sergio Luise, il quale lo ha chiaramente indicato come «corresponsabile dei gravi problemi recenti che sta patendo il territorio». Poco dopo, un cittadino di Castelvolturno presente in sala, al quale non è stata concessa la possibilità d'intervenire al dibattito, ha inveito pesantemente contro gli organizzatori dell’incontro, definendoli addirittura «camorristi». Una dozzina gli interventi che si sono susseguiti fra enfasi e rabbia. Sono intervenuti i semplici residenti, i promotori del corteo non autorizzato svolto sulla Domiziana lo scorso martedì, i volontari delle associazioni del territorio, gli amministratori locali. Tutti si sono concentrati essenzialmente su due temi: «Castelvolturno non è un paese razzista, così descritto nelle ultime tre settimana da gran parte dei mass media nazionali e il fatto che le forze dell'ordine che hanno militarizzato la zona abbiano una visione purtroppo solo parziale dei problemi del territorio». L'ex sindaco Antonio Scalzone ha annunciato che «se tra un paio di settimane le forze dell'ordine che pattugliano Castelvolturno non si impegneranno anche nel contrasto all'immigrazione clandestina, inviterò tutti i cittadini a consegnare al Comune le proprie carte d'identità». In questo paese - ha continuato Scalzone - i clandestini hanno maggiori diritti dei residenti. Quindi è meglio essere irregolari». Mentre Vincenzo Martino della Proloco ha auspicato un aumento strutturale ell'organico del commissariato di polizia. «Quando i mille uomini delle forze dell'ordine lasceranno il territorio - ha detto Martino - sarà necessario raddoppiare gli agenti al commissariato». I lavori sono terminati con i saluti e la solidarietà espressa dai sei parlamentari intervenuti alla gente del litorale. Fra tutti, colui che ha guadagnato più applausi è stato il senatore Carlo Sarro, il quale ha proposto «di riunirsi ogni venti giorni a Castelvolturno per fare il punto della situazione, così come sta facendo con la città di Napoli il premier Berlusconi per il problema rifiuti». Poi in serata l’annuncio di Nuzzo. «Ho l’adesione di tutti i parlamentari del Pdl presenti in Comune; qualcuno nel Pd ha già aderito». La sensazione è che non sarà molto facile mettere tutti d’accordo.
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