03/02/2011
Vincenzo Ammaliato
Da un lato le ultime analisi ufficiali dell’acqua del mare i cui risultati positivi sono stati accolti con comprensibile euforia dalla gente del litorale domizio; dall’altro l’inchiesta giudiziaria della scorsa settimana sul percolato sversato illecitamente a mare che ha confermato il pesante sospetto secondo cui il pericoloso rifiuto liquido fosse stato scaricato per diversi anni senza alcun trattamento sulla costa domiziana. In mezzo, l’Hydrogest, il gestore degli impianti di depurazione del Ps3, che nonostante il coinvolgimento dei suoi dirigenti in una precedente inchiesta della procura di Santa Maria Capua Vetere sull’illecito utilizzo degli impianti e la comunicazione ufficiale alla Regione dello scorso agosto della volontà di rescindere il contratto, è ancora di fatto la responsabile dei sei depuratori dei Regi Lagni. Domani mattina la commissione speciale d’inchiesta sull’Hydrogest del consiglio regionale della Campania si recherà per la prima volta sull’impianto alla foce dei Regi Lagni per verificare le condizioni del depuratore. Qui il presidente della commissione Enrico Fabozzi, e i vari componenti insieme agli amministratori politici locali controlleranno lo stato di funzionamento dell'impianto i cui lavori di realizzazione furono completati oltre venti anni fa con i fondi per la Cassa del Mezzogiorno, ma che non è mai andato in funzione a pieno regime. Inoltre, saranno valutati a che punto sono i lavori di ristrutturazione agli impianti fatiscenti previsti già da molto tempo e non eseguiti. «Il depuratore della foce dei Regi Lagni non è altro, purtroppo, che un ammasso di ferraglia»: non va per il sottile nel descrivere l’impianto di Villa Literno, il presidente della commissione Fabozzi; e aggiunge: «I lavori di ristrutturazione dell’impianto non sono più procrastinabili nel tempo. Il depuratore deve funzionare a pieno regime e noi della commissione saremo particolarmente vigili affinché siano rispettate le regole e le leggi». Infine per la prossima settimana la commissione regionale conta di verificare anche gli altri cinque depuratori del Ps3 anche se non di pertinenza della Hydrogest. Intanto, il cartello di associazioni del litorale domizio che si riunisce sotto le insegne di Costa dei Sogni domani sera nel corso di un incontro fra i dirigenti deciderà la data di una manifestazione popolare da tenere sotto la sedi della Provincia e della Regione Campania. L’intento dei manifestanti è quello di avere un incontro con i due assessori all’ambiente. «Più volte fino alla scorsa estate - ha detto Gaetano Montefusco, il coordinatore di Costa dei Sogni - i dirigenti dei due enti ci hanno garantito che i lavori di ristrutturazione ai depuratori dei Regi Lagni sarebbero partiti immediatamente. I cittadini hanno il diritto di sapere come mai non sono stati mantenuti gli impegni». © RIPRODUZIONE RISERVATA
mercoledì 9 febbraio 2011
lunedì 17 gennaio 2011

Vincenzo Ammaliato
06/01/11
Il binario della solidarietà nei primi giorni del 2011 è sulla direttiva Castelvolturno – Grazzanise. Sono partiti ieri mattina di buon ora dal centro costiero a bordo di un autobus messo a disposizione gratuitamente dalla ditta Palazzo, con destinazione il paese nel cuore dei Mazzoni. E qui, accolti come fossero i Re Magi del presepe, hanno preso parte alla funzione religiosa dell’Epifania nella Chiesa dell’Annunziata. Non stringevano fra le mani doni da elargire; il loro unico bagaglio era rappresentato dalle singole e tristi storie lasciate per qualche ore alle proprie spalle. Eppure per i fedeli dalla Chiesa di don Ciccio Monticelli la festa dell’Epifania di ieri è stata probabilmente fra le più significative e formative della propria esistenza, sicuramente una giornata dall’alto valore religioso e sociale. I Re Magi di Castelvolturno sono i figli degli immigrati che popolano la Domiziana, quelle persone definite giuridicamente “extracomunitarie” . Individui scappati da miseria e guerre per offrire ai propri familiari un futuro migliore da quello che il destino ha riservato per loro. Gente, invece, che una volta giunta in Italia, e a Castelvolturno, si è scontrata con un’amara realtà. Si tratta di persone originarie delle nazioni dell’Est Europa, dell’Africa Australe, dell’Asia che sempre più spesso qui da noi si ritrova confinata ai margini della società e in condizioni d’indigenza talvolta anche superiori a quelle dei Paesi d’origine. I loro figli, purtroppo, seppure nati qui in Italia, seguono la stessa sorte. I figli degli immigrati che vivono sul litorale domizio parlano perfettamente italiano (peraltro con cadenza dialettale napoletana); gli eroi dei maschietti si chiamano Lavezzi e Cavani; quelli delle femminucce, Arisa e Pausini. Eppure, se i genitori non sono in regola con il permesso da soggiorno, anche loro avvertono la clandestinità come un fardello che portano fisso sulle piccole spalle. Per un giorno, invece, ieri, appunto, sa sono sentiti parte integrante del contesto in cui vivono. Dopo la messa hanno pranzato insieme ai fedeli della Chiesa. Con loro, poi, hanno ballato, cantato, ma soprattutto hanno socializzato. Padre Monticelli ha tenuto a precisare che non era la comunità di Grazzanise che stava facendo della solidarietà ai ragazzi da Castelvolturno, ma il contrario. “L’auspicio – ha detto il religioso – è che il sentimento che c’è in questo giorno non si esaurisca con i giorni di festa, ma che possa continuare per sempre”. Perché siamo tutti cittadini dello stesso pianeta e figli dello stesso Dio.
mercoledì 5 gennaio 2011
Il mare divora stabilimenti e abitazioni
03/01/2011
Vincenzo Ammaliato Castelvolturno.
Non sono stati i classici botti di Capodanno, né un improvviso maremoto abbattutosi sul litorale domizio (foto gianni izzo) l’ultimo giorno dell’anno. Eppure gran parte della terrazza del Lido La Pace di Bagnara la notte scorsa è crollata franando sull’arenile. Il titolare dello stabilimento balneare, Emilio Alloda, ieri è rimasto l’intero giorno sulla spiaggia a fissare quel che resta della sua struttura. «Qui fino a dieci anni fa – racconta sconfortato il gestore del lido – si dovevano percorrere almeno cento metri di spiaggia per arrivare fino al mare». Oggi, invece, di metri d’arenile ne sono rimasti appena un paio. L’acqua del Tirreno, ormai, lambisce il manufatto rosa che fino alla scorsa estate ha ospitato il bar e la direzione del lido ed è forte il rischio che a breve s'ighiottisca anche il resto. Ma questa struttura qui a nord di Castelvolturno non è la sola a temere per quest'amaro destino. Anzi. Dei dieci stabilimenti balneari che c’erano a Bagnara fino a qualche anno fa, ne sono rimasti soltanto tre: il «Baffone», «l’Achille» e appunto il «La Pace». Gli altri sette (il «Bora-Bora», l «Irpinia», il «Solitudine», il «Casmiro», il «Tirreno», il «Mistero», e il «Di Tella»), invece, sono già crollati sotto la forza devastante della natura che in questa parte della costa casertana sembra si voglia riprendere con forza ciò che l’uomo gli ha sottratto con prepotenza. E' il fenomeno della lenta e inesorabile erosione dell’arenile che di fatto sta cancellando la spiaggia di Bagnara, località turistica al confine col Comune di Mondragone, che fino qualche anno fa in estate accoglieva migliaia di turisti e bagnanti; e che adesso, invece, si presenta come una discarica d’inerti d’edilizia. Ovunque spuntano calcinacci, tubi di ferro arrugginiti e quel che resta di fondamenta di vecchi immobili. E a rischio crolli non sono soltanto gli stabilimenti balneari ma anche le civili abitazioni a ridosso della nuova linea del mare. Sono circa cinquecento le ville costruite fra gli anni ’60 e ’70 a Bagnara. Almeno la metà di queste durante le mareggiate vengono letteralmente inondate dall’acqua del mare, in quanto l'erosione ha cancellato anche le dune marittime che avevano la funzione di fare da barriera all'interno. Tre di queste ville, nonostante gli sforzi dei proprietari per difenderle dal mare impietoso, istallando delle improvvisate barriere di cemento sulla sabbia, sono già parzialmente crollate gli scorsi mesi. I titolari degli immobili sanno di aver violato la legge costruendo le proprie case sul demanio marittimo e forestale. «Ma quando realizzammo le ville, raccontano, erano distanti dal mare almeno trecento metri. E prima della spiaggia c’era anche una fitta vegetazione e peraltro abbiamo sempre pagato regolarmente gli oneri d'urbanizzazione». Oggi l’arenile è poco più grande di un fazzoletto. Sulla spiaggia di Bagnara è rimasta solo tanta acqua di mare e un forte sapore di sale e di rassegnazione nell’aria. «L’amministrazione comunale ci aveva garantito che si sarebbe fatta carico dei nostri disagi, sostiene Emilio Alloda, del Lido La Pace. Servirebbe una scogliera a protezione della nostra costa, simile a quella realizzata a Destra Volturno. Ma si dovrebbe istallarla subito, perché dopo le mareggiate che sicuramente ci saranno nei prossimi due mesi non so cosa resterà di Bagnara. Probabilmente – conclude Alloda - se s’interverrà la prossima primavera sarà già troppo tardi”. E intanto il gestore del lido si volta dall’altro lato e inizia a fissare il mare.».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
martedì 28 dicembre 2010
"Io clandestino, non posso dire chi mi rapina"
il racconto del nigeriano Kennedy: "Io accoltellato dalla mafia nera, ma la legge non mi difende".
28/12/2010
foto Gianni Izzo
Vincenzo Ammaliato.
«Mi sento un bersaglio qui in Italia, un bersaglio al quale chiunque può mirare e sparare senza incorrere in alcuna conseguenza». È amaro lo sfogo di uno dei tanti immigrati africani che popolano la Domiziana, e fa parte di un racconto che se fosse confermato rappresenterebbe una circostanza raccapricciante. Lui, seduto nella cucina dell’abitazione che divide con altri cinque connazionali, a Castel Volturno, sostiene di essere scappato dal suo Paese d’origine, la Nigeria, perché perseguitato politico e di trovarsi in Italia da due anni; il permesso di soggiorno non lo ha ancora ottenuto, e oramai, addirittura, dispera di averlo. Intanto, cerca lavoro tutti i giorni sulle rotonde del Doppio Senso e dice di chiamarsi come il presidente degli Stati Uniti d’America assassinato a Dallas, Kennedy. Due mesi fa, secondo il suo racconto, sarebbe rimasto vittima di un’aggressione a scopo di rapina, e le conseguenze di quell’episodio sarebbero ancora visibili nelle due cicatrici che porta sul corpo, una sopra l’occhio sinistro, l’altra in petto: due tagli provocati quasi certamente da una lama di un coltello. «Da quando sono in Italia, racconta Kennedy, ho incontrato e frequento molte persone buone. Ma in giro c’è anche gente cattiva, ci sono quelli che voi chiamate “camorristi”, che incutono tanto terrore e che sono pericolosi. Ebbene, per non avere alcun tipo di problema da loro ho imparato a starne alla larga; ma dai mafiosi del mio Paese, dalla cosiddetta “Mafia Nera”, è difficile stare lontani senza l’aiuto delle forze dell’ordine; e i clandestini purtroppo, qui, non sono considerati, né ascoltati da nessuno. La Mafia Nera a Castel Volturno è molto potente e aggressiva; è ramificata e conta molti uomini che fanno ciò che vogliono, e quando hanno bisogno di denaro velocemente non esitano a rapinare i propri connazionali; soprattutto se clandestini, perché sanno bene che difficilmente denunceremo l’accaduto. E chi si oppone alle rapine o ai taglieggiamenti viene picchiato barbaramente, proprio come è successo a me due mesi fa. Volevano i pochi soldi che conservavo nel portafogli e il telefono cellulare; mi sono opposto e mi hanno picchiato e pugnalato. Dopo essere stato medicato alla clinica Pinetagrande, ho cercato di denunciare l’episodio alle forze dell’ordine, ma non mi hanno voluto ascoltare a causa della mia situazione giuridica, perché sono un fantasma». Da quando ha subito l’aggressione e non è riuscito a denunciarla, Kennedy dice di vivere nel terrore e di uscire di casa solo per andare a cercare il lavoro, un lavoro a giornata e a nero, ovviamente. Eppure, negli ultimi anni sono numerose le operazioni delle forze dell’ordine che coordinate dalla procura antimafia di Napoli e dal tribunale di Santa Maria Capua Vetere hanno permesso di arrestare decine di affiliati alla mafia nigeriana che opera a Castel Volturno, i cosiddetti «Rapaci». Ciononostante, l’impressione che si ha percorrendo la via Domiziana è che le organizzazioni malavitose africane riescano ancora a controllare il territorio e gestire con relativa tranquillità i propri traffici illeciti. Lo sfruttamento della prostituzione, ad esempio, se pur diminuito, continua a mettere sui marciapiedi dell’antica arteria romana decine di ragazze ogni giorno. Così come lo spaccio di sostanze stupefacenti sembra non diminuire nonostante gli arresti eseguiti da carabinieri e polizia sul territorio siano quasi quotidiani. «E per questo, dice, Kennedy, che appena finito il lavoro, resto confinato in queste quattro mura. Ho paura a frequentare chiunque, ad andare a bere una bibita con gli amici. Perché fuori da questa casa ci sono dei bianchi e dei neri molto cattivi e nessuno disposto a difendere chi come me ha la sola colpa di non avere un regolare permesso di soggiorno». © RIPRODUZIONE RISERVATA
mercoledì 22 dicembre 2010
Lite in famiglia: moglie e figlio lo denunciano, lui si toglie la vita
Vincenzo Ammaliato
22/12/2010
Solitamente i suicidi sono definiti come il «male oscuro»: quella, spesso, imperscrutabile piega della mente difficile da decifrare, che spinge l’essere umano ad andare contro il proprio istinto di sopravvivenza e togliersi la vita. Ma nel caso di Salvatore Silvestri, cinquantaseienne di Castelvolturno, probabilmente alla base dell’insano gesto c’è anche dell’altro. L’uomo si è impiccato ieri pomeriggio nella veranda della propria abitazione mentre si trovava da solo in casa; ha staccato una corda utilizzata per stendere il bucato, l’ha legata ad un asse di ferro al soffitto, è salito su una sedia e subito dopo aver fatto il cappio al collo si è lasciato cadere nel vuoto. A notare quel corpo privo di vita pendente dal balcone è stato un suo vicino di casa, in via Fiume Desio, a Destra Volturno. Immediata è stata la chiamata ai soccorsi, così come pure l’arrivo di un’ambulanza del 118 di Mondragone. Ma per il cinquantaseienne al loro arrivo già non c'era più nulla da fare. I sanitari non hanno potuto fare altro che costatare il suo decesso. Poco dopo il corpo è stato direttamente trasferito all’istituto di medicina legale di Caserta. Sul posto sono giunti anche i carabinieri della locale stazione. Le forze dell'ordine hanno setacciato l’abitazione dell’uomo, ma non hanno trovato nulla che potesse spiegare il drammatico gesto: nessun «ultimo bigliettino», nessuna traccia utile. Eppure, in quella casa il giorno prima era successo qualcosa di violento. La moglie e il figlio ventenne del suicida si erano, infatti, recati lunedì sera alla stazione dei carabinieri di via Cavour, e qui avevano presentato una regolare denuncia per maltrattamenti contro il proprio congiunto. Poco prima di cena, stando alla loro dichiarazione, in casa Silvestri era scoppiata una lite talmente furiosa fra il capofamiglia, la moglie e il figlio, che questi ultimi due erano dovuti ricorrere alle cure dei medici del pronto soccorso della clinica Pineta Grande. Il comandante della stazione, il maresciallo Antonio Izzo, aveva dato mandato ai suoi uomini di preparare in giornata la contestazione di reato da consegnare a Salvatore Silvestri. I militari dell’arma gliel’avrebbero dovuta contestare questa mattina, ma non hanno fatto in tempo. Probabilmente lo stesso malessere che ha spinto l’uomo a infierire violentemente contro la moglie e il figlio, ieri pomeriggio lo ha riassalito, e mentre i parenti si trovavano a casa di una loro parente che vive poco distante, questa volta ha rivolto verso sé la violenza e si è tolto la vita. © RIPRODUZIONE RISERVATA
22/12/2010
Solitamente i suicidi sono definiti come il «male oscuro»: quella, spesso, imperscrutabile piega della mente difficile da decifrare, che spinge l’essere umano ad andare contro il proprio istinto di sopravvivenza e togliersi la vita. Ma nel caso di Salvatore Silvestri, cinquantaseienne di Castelvolturno, probabilmente alla base dell’insano gesto c’è anche dell’altro. L’uomo si è impiccato ieri pomeriggio nella veranda della propria abitazione mentre si trovava da solo in casa; ha staccato una corda utilizzata per stendere il bucato, l’ha legata ad un asse di ferro al soffitto, è salito su una sedia e subito dopo aver fatto il cappio al collo si è lasciato cadere nel vuoto. A notare quel corpo privo di vita pendente dal balcone è stato un suo vicino di casa, in via Fiume Desio, a Destra Volturno. Immediata è stata la chiamata ai soccorsi, così come pure l’arrivo di un’ambulanza del 118 di Mondragone. Ma per il cinquantaseienne al loro arrivo già non c'era più nulla da fare. I sanitari non hanno potuto fare altro che costatare il suo decesso. Poco dopo il corpo è stato direttamente trasferito all’istituto di medicina legale di Caserta. Sul posto sono giunti anche i carabinieri della locale stazione. Le forze dell'ordine hanno setacciato l’abitazione dell’uomo, ma non hanno trovato nulla che potesse spiegare il drammatico gesto: nessun «ultimo bigliettino», nessuna traccia utile. Eppure, in quella casa il giorno prima era successo qualcosa di violento. La moglie e il figlio ventenne del suicida si erano, infatti, recati lunedì sera alla stazione dei carabinieri di via Cavour, e qui avevano presentato una regolare denuncia per maltrattamenti contro il proprio congiunto. Poco prima di cena, stando alla loro dichiarazione, in casa Silvestri era scoppiata una lite talmente furiosa fra il capofamiglia, la moglie e il figlio, che questi ultimi due erano dovuti ricorrere alle cure dei medici del pronto soccorso della clinica Pineta Grande. Il comandante della stazione, il maresciallo Antonio Izzo, aveva dato mandato ai suoi uomini di preparare in giornata la contestazione di reato da consegnare a Salvatore Silvestri. I militari dell’arma gliel’avrebbero dovuta contestare questa mattina, ma non hanno fatto in tempo. Probabilmente lo stesso malessere che ha spinto l’uomo a infierire violentemente contro la moglie e il figlio, ieri pomeriggio lo ha riassalito, e mentre i parenti si trovavano a casa di una loro parente che vive poco distante, questa volta ha rivolto verso sé la violenza e si è tolto la vita. © RIPRODUZIONE RISERVATA
sabato 18 dicembre 2010
Dalla MIseria alla strada, storie di ragazze perseguitate
Il blitz della polizia sul litorale svela retroscena criminali ma anche tante vicende umane

18/12/2010
Vincenzo Ammaliato.
Quando si parla di immigrati nigeriani in Italia il riferimento logistico è sempre lo stesso: Castelvolturno. Ed è nel piccolo centro domiziano che vivevano e operavano alcune delle sette le donne arrestate ieri dalla squadra mobile dei Napoli nell’ambito dell’operazione coordinata dal tribunale partenopeo volta a stroncare una tratta di essere umani; nello specifico, di giovani donne da avviare alla prostituzione di strada, da posizionare sui marciapiedi della via Domiziana. È qui, sulla vecchia arteria romana, così come stanno raccontando negli ultimi anni numerose inchiesta della procura antimafia di Napoli, che da oltre due decenni la cosiddetta «Mafia nigeriana» ha trovato terreno fertile per consolidare e far crescere i suoi business criminali. Quello dello sfruttamento della prostituzione è un settore gestito interamente al femminile. Sono chiamate «maman» le nigeriane protettrici delle lucciole. Solitamente, ogni «maman» ha un gruppo di sei-dieci ragazze che avvia alla prostituzione. Sono tutte proprie connazionali. Si tratta di giovani donne dai diciotto ai venticinque anni, pagate ai trafficanti d'esseri umani ognuna dieci-quindicimila euro, e che vengono fatte arrivare in Italia clandestinamente. Appena giunte nel nostro Paese, le protettrici le sottraggono i passaporti, che saranno restituiti solo dopo aver pagato un riscatto di circa trentamila euro. Ovviamente, l’unico modo per procurarsi questa ingente somma di denaro per loro è quello di vendere il proprio corpo. Le ragazze per riavere i documenti ed essere libere sono costrette a lavorare tutti i giorni a qualsiasi ora del giorno e della notte. E se durante il percorso arriva una gravidanza indesiderata, le «maman» si preoccupano anche di organizzare gli aborti clandestini. Ulteriori sistemi di coercizione sono quelli dei riti wodoo, cui sono sottoposte le ragazze appena giunte in Italia e che temono in maniera particolare, e le minacce di morte ai familiari rimasti in Africa. Durante questo periodo le lucciole sono letteralmente segregate in abitazioni lager nei mille viali della via Domiziana. E anche per queste dimore devono pagare una somma di denaro ai propri carnefici, sotto forma vitto e alloggio pari a circa trecento euro al mese. Il debito dei trentamila euro, invece, solitamente è pagato per intero dopo circa due anni di lavoro. A questo punto, le organizzazioni malavitose che le hanno sfruttate e sfibrate sia fisicamente sia psicologicamente lasciano libere le ragazze. Non sono più costrette a lavorare con una protettrice. Potrebbero teoricamente anche tornare nel loro Paese d'origine. Ma per qualsiasi emigrante, è particolarmente umiliante e frustante tornare in patria più poveri di quando si è partiti. E allora, quasi tutte continuno a fare l'unica cosa che hanno imparato qui in Italia, le prostitute. E come in un film che si ripete all'infinito con lo stesso inizio e lo stesso finale, la vittima diventa carnefice, comprando un gruppo di giovani ragazze e avviandole al lavoro di strada. Anche alcune delle sette donne sfruttatrici arrestate lo scorso giorno hanno iniziato il loro percorso in Italia come semplici lucciole. Per loro adesso sono scattate le manette. Mentre per altre centinaia di connazionali, l'inferno continua tutti i giorni lungo le strade italiane.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
18/12/2010
Vincenzo Ammaliato.
Quando si parla di immigrati nigeriani in Italia il riferimento logistico è sempre lo stesso: Castelvolturno. Ed è nel piccolo centro domiziano che vivevano e operavano alcune delle sette le donne arrestate ieri dalla squadra mobile dei Napoli nell’ambito dell’operazione coordinata dal tribunale partenopeo volta a stroncare una tratta di essere umani; nello specifico, di giovani donne da avviare alla prostituzione di strada, da posizionare sui marciapiedi della via Domiziana. È qui, sulla vecchia arteria romana, così come stanno raccontando negli ultimi anni numerose inchiesta della procura antimafia di Napoli, che da oltre due decenni la cosiddetta «Mafia nigeriana» ha trovato terreno fertile per consolidare e far crescere i suoi business criminali. Quello dello sfruttamento della prostituzione è un settore gestito interamente al femminile. Sono chiamate «maman» le nigeriane protettrici delle lucciole. Solitamente, ogni «maman» ha un gruppo di sei-dieci ragazze che avvia alla prostituzione. Sono tutte proprie connazionali. Si tratta di giovani donne dai diciotto ai venticinque anni, pagate ai trafficanti d'esseri umani ognuna dieci-quindicimila euro, e che vengono fatte arrivare in Italia clandestinamente. Appena giunte nel nostro Paese, le protettrici le sottraggono i passaporti, che saranno restituiti solo dopo aver pagato un riscatto di circa trentamila euro. Ovviamente, l’unico modo per procurarsi questa ingente somma di denaro per loro è quello di vendere il proprio corpo. Le ragazze per riavere i documenti ed essere libere sono costrette a lavorare tutti i giorni a qualsiasi ora del giorno e della notte. E se durante il percorso arriva una gravidanza indesiderata, le «maman» si preoccupano anche di organizzare gli aborti clandestini. Ulteriori sistemi di coercizione sono quelli dei riti wodoo, cui sono sottoposte le ragazze appena giunte in Italia e che temono in maniera particolare, e le minacce di morte ai familiari rimasti in Africa. Durante questo periodo le lucciole sono letteralmente segregate in abitazioni lager nei mille viali della via Domiziana. E anche per queste dimore devono pagare una somma di denaro ai propri carnefici, sotto forma vitto e alloggio pari a circa trecento euro al mese. Il debito dei trentamila euro, invece, solitamente è pagato per intero dopo circa due anni di lavoro. A questo punto, le organizzazioni malavitose che le hanno sfruttate e sfibrate sia fisicamente sia psicologicamente lasciano libere le ragazze. Non sono più costrette a lavorare con una protettrice. Potrebbero teoricamente anche tornare nel loro Paese d'origine. Ma per qualsiasi emigrante, è particolarmente umiliante e frustante tornare in patria più poveri di quando si è partiti. E allora, quasi tutte continuno a fare l'unica cosa che hanno imparato qui in Italia, le prostitute. E come in un film che si ripete all'infinito con lo stesso inizio e lo stesso finale, la vittima diventa carnefice, comprando un gruppo di giovani ragazze e avviandole al lavoro di strada. Anche alcune delle sette donne sfruttatrici arrestate lo scorso giorno hanno iniziato il loro percorso in Italia come semplici lucciole. Per loro adesso sono scattate le manette. Mentre per altre centinaia di connazionali, l'inferno continua tutti i giorni lungo le strade italiane.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
venerdì 10 dicembre 2010
Ex testimone di giustizia: «Sono minacciata hanno avvelenato il mio cane, ora ho paura»
10/12/2010
Vincenzo Ammaliato
La morte di un cane nel cortile di un’abitazione è un evento triste per qualsiasi padrone, ma che può essere riconducibile a numerose patologie non prevedibili, seppure il quadrupede è di giovane età. Però, se il suo padrone è un testimone di giustizia che una volta completato il percorso giudiziario che lo ha portato a fare la «cosa giusta» ha deciso di tornare a vivere nel suo paese, l'episodio può nascondere una ragione dagli aspetti a dir poco inquietanti. E se poi, proprio mentre il padrone del meticcio sta piangendo per la morte del suo fidato amico, nei paraggi dell’abitazione si trova a passare un pregiudicato affiliato al clan camorristico della zona che ridendosela dice ad alta voce: «devi fare la stessa fine del tuo cane», allora la circostanza deve assume necessariamente aspetti di natura giudiziari. C. P.. con la sua scelta di comportarsi da cittadino esemplare, nel 2004 fece condannare all’ergastolo il killer di un omicidio a Mondragone. Per quattro anni (il periodo del processo) la donna ha vissuto protetta dallo Stato, spostandosi da un albergo all’altro lungo tutta l’Italia. Dal 2008, poi, ha deciso di tornare a vivere nel suo paese, a Mondragone. Ha deciso di tornare nella cittadina domiziana per riprendere la sua vita di sempre nella sua terra. Questa era la sua semplice e straordinaria speranza. Ma il ritorno è stato tutto in salita. La donna non è riuscita a recuperare il suo vecchio lavoro di collaboratrice domestica; gli amici di sempre sono come spariti; lo Stato che per quattro anni l’ha protetta e blindata con l’aiuto delle forze dell’ordine appare impegnato in altre e nuove emergenze. E così, la donna, si è trovata sola, isolata dalla tutti e costretta a rifarsi una vita senza più avere alcun punto di riferimento. Ma evidentemente, c’è chi non si è dimenticata di lei: la malavita, ad esempio. C.P., infatti, teme che il suo cane non sia morto per cause naturali, ma che sia stato invece avvelenato da uomini del clan che in un modo o nell’altro le vogliono far pagare la sua scelta di aiutare lo Stato nel far condannare uno spietato killer. Subito dopo la morte del meticcio, C. P. ha presentato una formale denuncia alla compagnia dei carabinieri. I militari dell’arma l’hanno ascoltata con attenzione e le hanno garantito che seguiranno scrupolosamente la vicenda. Le forze dell’ordine stanno cercando di appurare se l’episodio sia da collegare alla testimonianza contro il killer o legato a vicende private. Intanto, l’ex testimone di giustizia è tornata nella sua abitazione da sola: sola come prima e senza più la compagnia del suo amico fidato a quattro zampe. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Vincenzo Ammaliato
La morte di un cane nel cortile di un’abitazione è un evento triste per qualsiasi padrone, ma che può essere riconducibile a numerose patologie non prevedibili, seppure il quadrupede è di giovane età. Però, se il suo padrone è un testimone di giustizia che una volta completato il percorso giudiziario che lo ha portato a fare la «cosa giusta» ha deciso di tornare a vivere nel suo paese, l'episodio può nascondere una ragione dagli aspetti a dir poco inquietanti. E se poi, proprio mentre il padrone del meticcio sta piangendo per la morte del suo fidato amico, nei paraggi dell’abitazione si trova a passare un pregiudicato affiliato al clan camorristico della zona che ridendosela dice ad alta voce: «devi fare la stessa fine del tuo cane», allora la circostanza deve assume necessariamente aspetti di natura giudiziari. C. P.. con la sua scelta di comportarsi da cittadino esemplare, nel 2004 fece condannare all’ergastolo il killer di un omicidio a Mondragone. Per quattro anni (il periodo del processo) la donna ha vissuto protetta dallo Stato, spostandosi da un albergo all’altro lungo tutta l’Italia. Dal 2008, poi, ha deciso di tornare a vivere nel suo paese, a Mondragone. Ha deciso di tornare nella cittadina domiziana per riprendere la sua vita di sempre nella sua terra. Questa era la sua semplice e straordinaria speranza. Ma il ritorno è stato tutto in salita. La donna non è riuscita a recuperare il suo vecchio lavoro di collaboratrice domestica; gli amici di sempre sono come spariti; lo Stato che per quattro anni l’ha protetta e blindata con l’aiuto delle forze dell’ordine appare impegnato in altre e nuove emergenze. E così, la donna, si è trovata sola, isolata dalla tutti e costretta a rifarsi una vita senza più avere alcun punto di riferimento. Ma evidentemente, c’è chi non si è dimenticata di lei: la malavita, ad esempio. C.P., infatti, teme che il suo cane non sia morto per cause naturali, ma che sia stato invece avvelenato da uomini del clan che in un modo o nell’altro le vogliono far pagare la sua scelta di aiutare lo Stato nel far condannare uno spietato killer. Subito dopo la morte del meticcio, C. P. ha presentato una formale denuncia alla compagnia dei carabinieri. I militari dell’arma l’hanno ascoltata con attenzione e le hanno garantito che seguiranno scrupolosamente la vicenda. Le forze dell’ordine stanno cercando di appurare se l’episodio sia da collegare alla testimonianza contro il killer o legato a vicende private. Intanto, l’ex testimone di giustizia è tornata nella sua abitazione da sola: sola come prima e senza più la compagnia del suo amico fidato a quattro zampe. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Iscriviti a:
Post (Atom)