domenica 10 agosto 2008
Castelvolturno, ronde anti-prostitute
28.7.08 È un gruppo formato da una ventina di persone. Appaiono particolarmente determinati e risoluti nel risolvere una volta per tutte il problema della prostituzione di colore che si consuma tutti i giorni e le notti sulla via Domiziana a Castelvolturno. Una zona ormai tristemente famosa non solo per la presenza di numerose prostitute, moltissime delle quali extracomunitarie o dell’est europeo, ma anche per lo spaccio della droga. E spesso i due fenomeni «viaggiano» insieme. In alcuni casi, per raggiungere lo scopo della singolare missione questi giovani non esitano ad utilizzare anche metodi violenti e da squadristi. Affrontano le ragazze di Benin City che vendono sesso ai clienti italiani lungo i marciapiedi della strada litoranea brandendo fascine di rami secchi e cinture dei pantaloni, ma non si tratta di giovani bulli annoiati o di razzisti di periferia: sono connazionali delle stesse lucciole. È l'associazione «Immigrati Nigeriani in Campania» che ha iniziato da un paio di giorni nel territorio di Castelvolturno una vera e propria crociata contro le prostitute nigeriane. E per riuscirci hanno organizzato delle vere e proprie ronde. Appena individuata una prostituta di colore inchiodano le autovetture ed escono velocemente dagli abitacoli circondandola. Urlano e minacciano la donna «Lascia la strada o farai una brutta fine» le dicono. E in alcuni casi partono anche calci e ceffoni. «Proviamo ormai da molti anni a dialogare con queste nostre sorelle che sbagliano e che gettano discredito sull'intera comunità di nigeriani, ma finora non abbiamo ottenuto alcun risultato» ha detto Teddy Egonwman, il presidente dell'associazione dei nigeriani. «Dobbiamo aiutare le forze dell'ordine e le istituzioni italiane - ha continuato il presidente dell'associazione - a liberare una volta per tutta la via Domiziana dalla prostituzione, e se serve useremo anche le maniere forti». Brutta aria, quindi, per le prostitute nigeriane della Domiziana. (Vincenzo Ammaliato, Il Mattino, www.ilmattino.it)
venerdì 8 agosto 2008
Castelvolturno, l’unica associazione anti-pizzo del territorio chiude per le vacanze: «Richiameremo a settembre»
08/08/2008
VINCENZO AMMALIATO «Io non pago il pizzo e denuncio chi me lo chiede». Ma dopo le ferie. Potrebbe essere questo il titolo di questa estate del litorale domizio. Lo slogan che invita i commercianti di Castelvolturno a opporsi al racket è dell’assoiazione Alilacco - l’unica per la verità operante nella zona - che due anni fa stipulò una convenzione con il Comune per aiutare gli operatori economici della zona a uscire dalla morsa del pizzo. «Sarà una novità culturale per il territorio e una spinta provocatoria contro l’omertà di chi pensa che nulla si può fare e si nasconde dietro l’impegno delle istituzioni delegando la propria personale responsabilità, facendo finta di non essere coinvolto». Roboanti le parole del presidente dell’Alilacco, Amleto Frosi, pronunciate alla presentazione del progetto in una sala comunale stracolma di gente. Peccato che dei famosi adesivi che invitano a non cedere alle vessazioni del racket girando fra le vie del paese litoraneo non se ne veda neanche uno affisso alle finestre dei negozi e delle aziende. Peccato che al numero verde messo a disposizione dei commercianti per denunciare la camorra (800-406600) risponda da qualche giorno una segreteria telefonica che invita a lasciare nome e recapiti telefonici con la promessa fatta agli interlocutori di essere ricontattati a settembre. Insomma, dopo le ferie. Peccato anche che i killer della Domiziana, a loro volta, non vadano in ferie e continuino «a punire» chi non rispetta le regole da loro imposte. Come non vanno in ferie i signori del pizzo. Oltre alla lunga scia di sangue che si protrae dallo scorso novembre a Castelvolturno (dieci morti ammazzati riconducibili alla banda della Domiziana), non si contano ormai più le saracinesche e i portoncini delle attività commerciali della zona colpiti di notte da scariche di pallettoni. Pressioni intimidatorie contro gli imprenditori e i commercianti della zona. Ma tornando all’assocaizione che dovrebbe aiutare i commercianti, lo stesso primo cittadino Francesco Nuzzo, dice di non essere al corrente dell’operato dell’Alilacco. «La convenzione prevede che l’associazione del presidente Frosi si occupi lei stessa di ogni aspetto», dice il sindaco. Mentre il presidente della Proloco di Castelvolturno, Vincenzo Martino, addirittura fa sapere di non essere mai stato contattato dall’Alilacco: «Né in qualità di dirigente della Proloco, che fra i suoi associati conta circa trenta commercianti (a Castelvolturno non esistono associazioni locali di categoria affiliate ad Ascom o Confesercenti, ndr) - dice Martino - né come proprietario della pizzeria che gestisco da trent’anni in zona con la mia famiglia». Fino allo scorso anno gli operatori economici della Domiziana avevano paura della camorra e dei suoi emissari; da un anno questo sentimento si è trasformato in terrore. E questo sentimento è rilevato anche da Martino, il quale denuncia che dal prossimo settembre «almeno la metà dei commercianti di Pinetamare (la zona che dovrebbe essere la più fiorente da un punto di vista commerciale del litorale domizio, ndr) chiuderà i battenti, perché stufa di tutti i condizionamenti ambientali e criminali che è costretta a subire». Insomma, una resa dovuta non solo alla crisi economica del settore ma all’emergenza criminalità che strangola questo territorio.
VINCENZO AMMALIATO «Io non pago il pizzo e denuncio chi me lo chiede». Ma dopo le ferie. Potrebbe essere questo il titolo di questa estate del litorale domizio. Lo slogan che invita i commercianti di Castelvolturno a opporsi al racket è dell’assoiazione Alilacco - l’unica per la verità operante nella zona - che due anni fa stipulò una convenzione con il Comune per aiutare gli operatori economici della zona a uscire dalla morsa del pizzo. «Sarà una novità culturale per il territorio e una spinta provocatoria contro l’omertà di chi pensa che nulla si può fare e si nasconde dietro l’impegno delle istituzioni delegando la propria personale responsabilità, facendo finta di non essere coinvolto». Roboanti le parole del presidente dell’Alilacco, Amleto Frosi, pronunciate alla presentazione del progetto in una sala comunale stracolma di gente. Peccato che dei famosi adesivi che invitano a non cedere alle vessazioni del racket girando fra le vie del paese litoraneo non se ne veda neanche uno affisso alle finestre dei negozi e delle aziende. Peccato che al numero verde messo a disposizione dei commercianti per denunciare la camorra (800-406600) risponda da qualche giorno una segreteria telefonica che invita a lasciare nome e recapiti telefonici con la promessa fatta agli interlocutori di essere ricontattati a settembre. Insomma, dopo le ferie. Peccato anche che i killer della Domiziana, a loro volta, non vadano in ferie e continuino «a punire» chi non rispetta le regole da loro imposte. Come non vanno in ferie i signori del pizzo. Oltre alla lunga scia di sangue che si protrae dallo scorso novembre a Castelvolturno (dieci morti ammazzati riconducibili alla banda della Domiziana), non si contano ormai più le saracinesche e i portoncini delle attività commerciali della zona colpiti di notte da scariche di pallettoni. Pressioni intimidatorie contro gli imprenditori e i commercianti della zona. Ma tornando all’assocaizione che dovrebbe aiutare i commercianti, lo stesso primo cittadino Francesco Nuzzo, dice di non essere al corrente dell’operato dell’Alilacco. «La convenzione prevede che l’associazione del presidente Frosi si occupi lei stessa di ogni aspetto», dice il sindaco. Mentre il presidente della Proloco di Castelvolturno, Vincenzo Martino, addirittura fa sapere di non essere mai stato contattato dall’Alilacco: «Né in qualità di dirigente della Proloco, che fra i suoi associati conta circa trenta commercianti (a Castelvolturno non esistono associazioni locali di categoria affiliate ad Ascom o Confesercenti, ndr) - dice Martino - né come proprietario della pizzeria che gestisco da trent’anni in zona con la mia famiglia». Fino allo scorso anno gli operatori economici della Domiziana avevano paura della camorra e dei suoi emissari; da un anno questo sentimento si è trasformato in terrore. E questo sentimento è rilevato anche da Martino, il quale denuncia che dal prossimo settembre «almeno la metà dei commercianti di Pinetamare (la zona che dovrebbe essere la più fiorente da un punto di vista commerciale del litorale domizio, ndr) chiuderà i battenti, perché stufa di tutti i condizionamenti ambientali e criminali che è costretta a subire». Insomma, una resa dovuta non solo alla crisi economica del settore ma all’emergenza criminalità che strangola questo territorio.
il caso
08/08/2008
All’indomani del barbaro omicidio del loro genitore non avevano voluto rilasciare alcuna dichiarazione pubblica. Non presero parte neanche alla manifestazione in ricordo del padre organizzata dal sindaco di Castelvolturno, Francesco Nuzzo. Stretti nel loro lacerante dolore fecero sapere solo che a breve avrebbero lasciato per sempre il territorio. L’autoscuola Mimmo è stata aperta fino a qualche giorno fa. Adesso è chiusa ufficialmente per le ferie estive, ma dal prossimo settembre a tirare su la saracinesca dell’autoscuola del parco Sementini sarà una nuova gestione. I figli di Mimmo Noviello, l’uomo giustiziato dai killer della banda camorristica della Domiziana lo scorso maggio perché cinque anni fa denunciò i suoi aguzzini, hanno quindi lasciato definitivamente Castelvolturno. Hanno abbandonato un territorio che sembra ostaggio di quel crimine organizzato che gestisce in zona interi settori economici. Addirittura, sembra, che oltre a vessare i commercianti e gli operatori economici, i malavitosi che imperversano sul litorale stiano pretendendo il pagamento di una sorta di tangente anche da parte dei proprietari delle abitazioni che sono oggetto di ristrutturazione. E la somma da pagare, ovviamente, cresce in base al tipo di cantiere che è stato aperto. In pratica, il piombo piovuto negli ultimi dieci mesi a Castelvolturno non sarebbe altro che il chiaro segnale della forza dei nuovi «padroni»: nessuno si deve opporre alla leggi da loro imposte. C’è un sottile filo rosso che lega i quattro agguati mortali avvenuti a Castelvolturno lo scorso novembre (un romeno trovato morto a Baia Verde, un ventitreenne ucciso a Pinetamare, un cittadino italiano d’origine rom e un suo amico di Giugliano crivellati di colpi al centro storico) e il duplice omicidio dei cittadini albanesi avvenuto lo scorso lunedì a Destra Volturno. Gli inquirenti non hanno dati certi, ma gli omicidi dovrebbero avere tutti la stessa matrice. Vale a dire: persone condannate senza appello dal tribunale della camorra perché ritenute autori di furti e rapine subite dai commercianti che in zona godono della «protezione» della malavita. Persone ammazzate quasi tutte in pieno giorno e in luoghi frequentati da molta gente. Il messaggio che lancia la camorra della Domiziana deve essere quanto più chiaro e plateale possibile. A giorni i cittadini di Castelvolturno porteranno in processione la statua della Madonna del Mare, il prossimo 15 agosto. Tutti in paese quel giorno festeggeranno. Il giorno dopo inizierà la conta dei giorni che mancano alla chiusura dell’estate e si tireranno le somme di una stagione calda non solo meteorologicamente. E qualche altro castellano, probabilmente, prenderà l’esempio dei figli di Mimmo Novielllo. Andandosene. vi.am.
All’indomani del barbaro omicidio del loro genitore non avevano voluto rilasciare alcuna dichiarazione pubblica. Non presero parte neanche alla manifestazione in ricordo del padre organizzata dal sindaco di Castelvolturno, Francesco Nuzzo. Stretti nel loro lacerante dolore fecero sapere solo che a breve avrebbero lasciato per sempre il territorio. L’autoscuola Mimmo è stata aperta fino a qualche giorno fa. Adesso è chiusa ufficialmente per le ferie estive, ma dal prossimo settembre a tirare su la saracinesca dell’autoscuola del parco Sementini sarà una nuova gestione. I figli di Mimmo Noviello, l’uomo giustiziato dai killer della banda camorristica della Domiziana lo scorso maggio perché cinque anni fa denunciò i suoi aguzzini, hanno quindi lasciato definitivamente Castelvolturno. Hanno abbandonato un territorio che sembra ostaggio di quel crimine organizzato che gestisce in zona interi settori economici. Addirittura, sembra, che oltre a vessare i commercianti e gli operatori economici, i malavitosi che imperversano sul litorale stiano pretendendo il pagamento di una sorta di tangente anche da parte dei proprietari delle abitazioni che sono oggetto di ristrutturazione. E la somma da pagare, ovviamente, cresce in base al tipo di cantiere che è stato aperto. In pratica, il piombo piovuto negli ultimi dieci mesi a Castelvolturno non sarebbe altro che il chiaro segnale della forza dei nuovi «padroni»: nessuno si deve opporre alla leggi da loro imposte. C’è un sottile filo rosso che lega i quattro agguati mortali avvenuti a Castelvolturno lo scorso novembre (un romeno trovato morto a Baia Verde, un ventitreenne ucciso a Pinetamare, un cittadino italiano d’origine rom e un suo amico di Giugliano crivellati di colpi al centro storico) e il duplice omicidio dei cittadini albanesi avvenuto lo scorso lunedì a Destra Volturno. Gli inquirenti non hanno dati certi, ma gli omicidi dovrebbero avere tutti la stessa matrice. Vale a dire: persone condannate senza appello dal tribunale della camorra perché ritenute autori di furti e rapine subite dai commercianti che in zona godono della «protezione» della malavita. Persone ammazzate quasi tutte in pieno giorno e in luoghi frequentati da molta gente. Il messaggio che lancia la camorra della Domiziana deve essere quanto più chiaro e plateale possibile. A giorni i cittadini di Castelvolturno porteranno in processione la statua della Madonna del Mare, il prossimo 15 agosto. Tutti in paese quel giorno festeggeranno. Il giorno dopo inizierà la conta dei giorni che mancano alla chiusura dell’estate e si tireranno le somme di una stagione calda non solo meteorologicamente. E qualche altro castellano, probabilmente, prenderà l’esempio dei figli di Mimmo Novielllo. Andandosene. vi.am.
Occhi ciechi
il caso
Cento passi. Questa la distanza fra il bar Cubana, dove sono stati assassinati lunedì sera i due immigrati albanesi, e uno dei trenta impianti di videosorveglianza installati dalla Forestale da circa tre mesi nel territorio di Castelvolturno. L’impianto della litoranea di Destra Volturno è dotato di quattro telecamere; una di queste sembra puntare dritto proprio sul bar Cubana. Le forze dell’ordine, però, non potranno avvalersi delle registrazioni delle sue registrazioni perché l’intero sistema non è ancora operativo. Sono mastodontici gli impianti di videosorveglianza di Castelvolturno. Sono stati installati da Ischitella a Pescopagano. Uno di questi si trova nella piazza dove lo scorso maggio fu barbaramente assassinato il commerciante Domenico Noviello, massacrato per vendetta dalla camorra dopo che negli anni scorsi aveva denunciato i suoi estorsori. Neppure per il delitto di Baia Verde quegli «occhi ciechi» sono stati utili agli inquirenti. Un altro è all’interno di Pinetamare. Ce n’è uno in ogni rotonda della via Domiziana. Chi percorrere il territorio litoraneo ha come l’impressione di trovarsi in un grande set cinematografico, con l’occhio del grande fratello sempre vigile. Ma gli obiettivi digitali sono tutti ciechi. O quantomeno filmano la vita di Castelvolturno e quella dei suoi fruitori, ma non la registrano. Quindi sono praticamente inutilizzabili dalle forze dell’ordine a scopo investigativo. Inutilizzabili anche per dare una mano alle indagini dei carabinieri che stanno seguendo il caso dei due abanesi trucidati l’altroieri sera. Così come inutile si è rivelata la telecamera posta sulla piazza di Baia Verde il giorno che è stato ammazzato il commerciante che denunciò il racket. Ieri pomeriggio gli adolescenti di Destra Volturno arrivavano a frotte a dorso nudo a bordo dei loro scooter nei pressi del bar Cubana per vedere i fori dei bossoli sparati dai killer. Bramavano far parte, almeno per una volta, dei film e telefilm polizieschi che seguono a centinaia in tivvù. Volevano essere per una volta i protagonisti dei videogiochi che li tengono interi pomeriggi incollati alle consolle. Ma le telecamere che li riprendevano non potevano immortalarli nel mondo digitale. Perché, semplicemente, erano spente. intano, i killer della Domiziana ringraziano
vi.am.
Cento passi. Questa la distanza fra il bar Cubana, dove sono stati assassinati lunedì sera i due immigrati albanesi, e uno dei trenta impianti di videosorveglianza installati dalla Forestale da circa tre mesi nel territorio di Castelvolturno. L’impianto della litoranea di Destra Volturno è dotato di quattro telecamere; una di queste sembra puntare dritto proprio sul bar Cubana. Le forze dell’ordine, però, non potranno avvalersi delle registrazioni delle sue registrazioni perché l’intero sistema non è ancora operativo. Sono mastodontici gli impianti di videosorveglianza di Castelvolturno. Sono stati installati da Ischitella a Pescopagano. Uno di questi si trova nella piazza dove lo scorso maggio fu barbaramente assassinato il commerciante Domenico Noviello, massacrato per vendetta dalla camorra dopo che negli anni scorsi aveva denunciato i suoi estorsori. Neppure per il delitto di Baia Verde quegli «occhi ciechi» sono stati utili agli inquirenti. Un altro è all’interno di Pinetamare. Ce n’è uno in ogni rotonda della via Domiziana. Chi percorrere il territorio litoraneo ha come l’impressione di trovarsi in un grande set cinematografico, con l’occhio del grande fratello sempre vigile. Ma gli obiettivi digitali sono tutti ciechi. O quantomeno filmano la vita di Castelvolturno e quella dei suoi fruitori, ma non la registrano. Quindi sono praticamente inutilizzabili dalle forze dell’ordine a scopo investigativo. Inutilizzabili anche per dare una mano alle indagini dei carabinieri che stanno seguendo il caso dei due abanesi trucidati l’altroieri sera. Così come inutile si è rivelata la telecamera posta sulla piazza di Baia Verde il giorno che è stato ammazzato il commerciante che denunciò il racket. Ieri pomeriggio gli adolescenti di Destra Volturno arrivavano a frotte a dorso nudo a bordo dei loro scooter nei pressi del bar Cubana per vedere i fori dei bossoli sparati dai killer. Bramavano far parte, almeno per una volta, dei film e telefilm polizieschi che seguono a centinaia in tivvù. Volevano essere per una volta i protagonisti dei videogiochi che li tengono interi pomeriggi incollati alle consolle. Ma le telecamere che li riprendevano non potevano immortalarli nel mondo digitale. Perché, semplicemente, erano spente. intano, i killer della Domiziana ringraziano
vi.am.
Castelvolturno, identificate le vittime del duplice omicidio di lunedì sera: sono due albanesi con piccoli precedenti
06/08/2008
da Il Mattino
VINCENZO AMMALIATO Quindici colpi per Dani Zyber, venticinque per Artur Kazani. È stato quasi sicuramente il tribunale della camorra a sentenziare la morte per i due immigrati albanesi caduti lunedì sera a Castelvolturno; e i killer hanno eseguito la condanna in maniera particolarmente efferata e plateale. La pioggia di piombo è esplosa poco prima delle 23, incurante della folla di gente che transitava in quel momento sulla consortile della località castellana. Dani Zyber, 39 anni, proveniente dalla cittadina albanese di Buquize, è stato il primo a cadere. I killer lo hanno sorpreso seduto a un tavolino del bar Cubana, mentre consumava una birra. Era da solo. È stato avvicinato di spalle e senza avere neanche il tempo di girarsi gli è stata esplosa al capo una quindicina di colpi. Il suo amico, Artur Kazani, 36 anni, originario di una cittadina a nord dell’Albania, Gjorice, ha notato i killer e si è reso conto di quello che stava accadendo quando si trovava a circa quindici metri dal bar. Stava raggiungendo il locale a piedi e ha cercato di scappare, ma è stato raggiunto e freddato alle spalle. È stato poi finito anche lui con alcuni colpi di pistola esplosi al capo. Accurate indagini per i carabinieri di Mondragone, che stanno seguendo il caso, per risalire all’esatta dinamica dell’agguato. Nonostante le numerose persone che certamente erano presenti sul posto al momento della sparatoria, nesssuno ha collaborato con le forze dell’ordine. A quanto pare, nessuno ha visto né sentito niente. I militari dell’Arma, addirittura non sanno ancora neanche il numero esatto dei killer (ma stando ai bossoli, rinvenuti si ipotizza che fossero almeno tre, forse cinque). Incerto anche se siano arrivati sulla consortile di Destra Volturno a bordo di moto, in auto, o addirittura, come si suppone, a piedi. Eppure, durante i rilievi della scientifica (che sono proseguiti fino a notte fonda), a seguire le operazioni ai bordi della strada c’erano non meno di duecento curiosi. Ma le difficoltà delle forze dell’ordine non si fermano alla dinamica dei fatti. Complicato anche risalire al movente del blitz di morte. I due immigrati, hanno fatto sapere gli inquirenti, non risultano essere organici ad alcuna banda criminale. Hanno entrambi dei piccoli precedenti penali, ma pare che non abbiano mai fatto parte di organizzazioni illegali tipiche degli immigrati albanesi. Né sfruttamento della prostituzione, né assalti in villa, quindi, per loro. «Almeno, così sembrerebbe», ha detto il comandante della compagnia carabinieri di Mondragone, Barone. «Per capirci di più - ha continuato l’ufficiale - stiamo scavando nella loro vita, alla ricerca di qualsiasi indizio utile alle indagini. Ma finora siamo in un vicolo cieco». A coordinare l’inchiesta il pm di Santa Maria Capua Vetere Patrizia Dongiacomo. I due immigrati vivevano in due diverse case del territorio; entrambi si trovavano in condizioni al limite della miseria: quello stato di disagio tipico in cui si trovano gli extracomunitari dell’ultimo anello sociale della zona. Abitavano in abitazioni dalle mura annerite dalla muffa, prive di sistema fognario e con infissi divelti dalla salsedine. I killer della camorra, a quanto pare, sono entrati in azione per punire chi voleva ritagliarsi uno spazio autonomo nelle attività illegali del litorale (droga, prostituzione, racket); oppure, nei confronti di una coppia di personaggi «borderline», che tirava avanti sulla Domiziana navigando a vista e camminando sul sottile filo della legalità-illegalità o che aveva rifiutato di pagare il dazio ai clan che controllano il territorio.
da Il Mattino
VINCENZO AMMALIATO Quindici colpi per Dani Zyber, venticinque per Artur Kazani. È stato quasi sicuramente il tribunale della camorra a sentenziare la morte per i due immigrati albanesi caduti lunedì sera a Castelvolturno; e i killer hanno eseguito la condanna in maniera particolarmente efferata e plateale. La pioggia di piombo è esplosa poco prima delle 23, incurante della folla di gente che transitava in quel momento sulla consortile della località castellana. Dani Zyber, 39 anni, proveniente dalla cittadina albanese di Buquize, è stato il primo a cadere. I killer lo hanno sorpreso seduto a un tavolino del bar Cubana, mentre consumava una birra. Era da solo. È stato avvicinato di spalle e senza avere neanche il tempo di girarsi gli è stata esplosa al capo una quindicina di colpi. Il suo amico, Artur Kazani, 36 anni, originario di una cittadina a nord dell’Albania, Gjorice, ha notato i killer e si è reso conto di quello che stava accadendo quando si trovava a circa quindici metri dal bar. Stava raggiungendo il locale a piedi e ha cercato di scappare, ma è stato raggiunto e freddato alle spalle. È stato poi finito anche lui con alcuni colpi di pistola esplosi al capo. Accurate indagini per i carabinieri di Mondragone, che stanno seguendo il caso, per risalire all’esatta dinamica dell’agguato. Nonostante le numerose persone che certamente erano presenti sul posto al momento della sparatoria, nesssuno ha collaborato con le forze dell’ordine. A quanto pare, nessuno ha visto né sentito niente. I militari dell’Arma, addirittura non sanno ancora neanche il numero esatto dei killer (ma stando ai bossoli, rinvenuti si ipotizza che fossero almeno tre, forse cinque). Incerto anche se siano arrivati sulla consortile di Destra Volturno a bordo di moto, in auto, o addirittura, come si suppone, a piedi. Eppure, durante i rilievi della scientifica (che sono proseguiti fino a notte fonda), a seguire le operazioni ai bordi della strada c’erano non meno di duecento curiosi. Ma le difficoltà delle forze dell’ordine non si fermano alla dinamica dei fatti. Complicato anche risalire al movente del blitz di morte. I due immigrati, hanno fatto sapere gli inquirenti, non risultano essere organici ad alcuna banda criminale. Hanno entrambi dei piccoli precedenti penali, ma pare che non abbiano mai fatto parte di organizzazioni illegali tipiche degli immigrati albanesi. Né sfruttamento della prostituzione, né assalti in villa, quindi, per loro. «Almeno, così sembrerebbe», ha detto il comandante della compagnia carabinieri di Mondragone, Barone. «Per capirci di più - ha continuato l’ufficiale - stiamo scavando nella loro vita, alla ricerca di qualsiasi indizio utile alle indagini. Ma finora siamo in un vicolo cieco». A coordinare l’inchiesta il pm di Santa Maria Capua Vetere Patrizia Dongiacomo. I due immigrati vivevano in due diverse case del territorio; entrambi si trovavano in condizioni al limite della miseria: quello stato di disagio tipico in cui si trovano gli extracomunitari dell’ultimo anello sociale della zona. Abitavano in abitazioni dalle mura annerite dalla muffa, prive di sistema fognario e con infissi divelti dalla salsedine. I killer della camorra, a quanto pare, sono entrati in azione per punire chi voleva ritagliarsi uno spazio autonomo nelle attività illegali del litorale (droga, prostituzione, racket); oppure, nei confronti di una coppia di personaggi «borderline», che tirava avanti sulla Domiziana navigando a vista e camminando sul sottile filo della legalità-illegalità o che aveva rifiutato di pagare il dazio ai clan che controllano il territorio.
domenica 13 luglio 2008
dalle luci della ribalta alla galera
da Il mattino del 3-07-08
di VINCENZO AMMALIATO Dalle luci della ribalta alla detenzione. Da Cannes alla casa lavoro a Modena, due anni di carcere supplementare guadagnati sul campo della «delinquenza abituale». Nel film «Gomorra» di Matteo Garrone ha interpretato se stesso, camorrista ed esattore del racket nella vita reale, capozona di Pinetamare nella finzione. È lui che, ripetendo il macabro «ve tagl a’ chep», ordina l’uccisione dei due ragazzi, Marco e Ciro, che volevano diventare boss. Ieri i carabinieri di Pinetamare lo hanno accompagnato nell’istituto rieducativo emiliano eseguendo una disposizione della Procura di Santa Maria Capua Vetere, e non si è trattato di un ciak. Il tribunale, infatti, ha deciso che Giovanni Venosa, questo il suo vero nome, è un soggetto pericoloso per la società. I carabinieri, al termine della pena scontata per l’estorsione ai gestori della darsena di Pinetamare, avevano chiesto per lui la misura della sorveglianza speciale ma il tribunale samaritano è andato oltre, stabilendo che il neoattore dovrà restare nella casa di lavoro di Modena almeno per due anni. Nipote del boss sanciprianese Luigi Venosa (o’ cucchiere) condannato all’ergastolo nel processo Spartacus, di recente era stato denunciato anche per occupazione abusiva d’abitazione. Venosa, infatti, viveva in due appartamenti del parco Saraceno al Villaggio Coppola che aveva occupato abusivamente insieme alla sua famiglia un paio d’anni fa. E proprio in quella abitazione sono state girate alcune delle scene del film di Garrone. Il suo carisma criminale e quelle particolari parentele che nelle terre dell’agro aversano non rappresentano un’onta ma delle referenze di tutto rispetto, avevano fatto di Giovanni Venosa una sorta di podestà di quella sorta di favelas conosciute ancora con il vecchio nome di parco Saraceno. Qui, pare, che fra le altre attività illegali che gli sono state contestate, pretendesse anche il fitto dagli immigrati che avevano occupato le abitazioni vuote. Ma Giovanni Venosa non è il solo personaggio borderline di Castelvolturno inserito da Garrone nel suo film. Anche il picciotto del boss ha avuto a che fare più volte, nella realtà, con le forze dell’ordine. E l’attore che recita la parte del proprietario del sexy club dove è stata girata una scena erotica del film è anche nella vita reale il titolare del locale situato al Royal Residence di Pinetamare; quattro anni fa fu arrestato dalla polizia proprio con l’accusa di sfruttamento della prostituzione. Il lungometraggio premiato a Cannes termina con l’uccisione dei due giovani protagonisti proprio per mano del personaggio che interpreta Giovanni Venosa. Il film della sua vita ha avuto ieri un epilogo che la pellicola non aveva previsto.
di VINCENZO AMMALIATO Dalle luci della ribalta alla detenzione. Da Cannes alla casa lavoro a Modena, due anni di carcere supplementare guadagnati sul campo della «delinquenza abituale». Nel film «Gomorra» di Matteo Garrone ha interpretato se stesso, camorrista ed esattore del racket nella vita reale, capozona di Pinetamare nella finzione. È lui che, ripetendo il macabro «ve tagl a’ chep», ordina l’uccisione dei due ragazzi, Marco e Ciro, che volevano diventare boss. Ieri i carabinieri di Pinetamare lo hanno accompagnato nell’istituto rieducativo emiliano eseguendo una disposizione della Procura di Santa Maria Capua Vetere, e non si è trattato di un ciak. Il tribunale, infatti, ha deciso che Giovanni Venosa, questo il suo vero nome, è un soggetto pericoloso per la società. I carabinieri, al termine della pena scontata per l’estorsione ai gestori della darsena di Pinetamare, avevano chiesto per lui la misura della sorveglianza speciale ma il tribunale samaritano è andato oltre, stabilendo che il neoattore dovrà restare nella casa di lavoro di Modena almeno per due anni. Nipote del boss sanciprianese Luigi Venosa (o’ cucchiere) condannato all’ergastolo nel processo Spartacus, di recente era stato denunciato anche per occupazione abusiva d’abitazione. Venosa, infatti, viveva in due appartamenti del parco Saraceno al Villaggio Coppola che aveva occupato abusivamente insieme alla sua famiglia un paio d’anni fa. E proprio in quella abitazione sono state girate alcune delle scene del film di Garrone. Il suo carisma criminale e quelle particolari parentele che nelle terre dell’agro aversano non rappresentano un’onta ma delle referenze di tutto rispetto, avevano fatto di Giovanni Venosa una sorta di podestà di quella sorta di favelas conosciute ancora con il vecchio nome di parco Saraceno. Qui, pare, che fra le altre attività illegali che gli sono state contestate, pretendesse anche il fitto dagli immigrati che avevano occupato le abitazioni vuote. Ma Giovanni Venosa non è il solo personaggio borderline di Castelvolturno inserito da Garrone nel suo film. Anche il picciotto del boss ha avuto a che fare più volte, nella realtà, con le forze dell’ordine. E l’attore che recita la parte del proprietario del sexy club dove è stata girata una scena erotica del film è anche nella vita reale il titolare del locale situato al Royal Residence di Pinetamare; quattro anni fa fu arrestato dalla polizia proprio con l’accusa di sfruttamento della prostituzione. Il lungometraggio premiato a Cannes termina con l’uccisione dei due giovani protagonisti proprio per mano del personaggio che interpreta Giovanni Venosa. Il film della sua vita ha avuto ieri un epilogo che la pellicola non aveva previsto.
arrivata finalmente l'estate
Come l'assalto ai forni di manzoniana memoria. È stata una domenica da tutto esaurito per le spiagge della riviera casertana. Da Varcaturo a Sessa Aurunca, pochi gli spazi d'arenile rimasti liberi ieri. Registrato il pienone sia nei circa cento stabilimenti balneari del litorale domizio, sia nelle poche e sporche spiagge libere della costa. Ovviamente entusiasti gli operatori balneari della zona, i quali, dopo oltre un mese di presenze al lumicino e scarsissimi affari per le cattive condizioni meteorologiche, non si sono fatti trovare impreparati. Disagi solo per coloro che per raggiungere il mare hanno dovuto utilizzare l'automobile. Sia sulla Tangenziale di Napoli, sia sull'Asse Mediano in direzione nord dalle 9 alle 13 ci sono state lunghe code. Per percorrere venti chilometri sono occorsi almeno sessanta minuti. Al tramonto, poi, è stata la via Domiziana in direzione sud a congestionarsi. I tratti più critici, come sempre, i semafori nel territorio di Mondragone e l'incrocio di baia Domizia con serpentoni metallici lunghi diversi chilometri. In ogni caso, gli automobilisti e i centauri che hanno percorso ieri le vie casertane del mare hanno mostrato una condotta impeccabile (ed inusuale). Scarso, se non addirittura nullo, il lavoro per la polizia stradale. Con le braccia incrociate anche i sanitari del 118 di Castelvolturno e di Mondragone (i quali, solitamente, nelle domeniche d'estate compiono una trentina d'interventi). Laborioso ma tranquillo anche il lavoro degli uomini della capitaneria di porto, che hanno pattugliato i quarantacinque chilometri di costa senza registrare alcun'anomalia. Domenica, quindi, all'insegna del sole, delle spiagge attrezzate ed affollate, del traffico e della serenità. Nota stonata, ancora una volta, (oltre all'incapacità delle amministrazioni comunali rivierasche di gestire le spiagge libere) l'ormai endemica cattiva qualità dell'acqua del mare (soprattutto nella zona sud del territorio). Per questo motivo, i gestori dei lidi del litorale domizio hanno fatto di necessità virtù e non potendo offrire ai propri clienti un mare cristallino hanno attrezzato gli stabilimenti balneari in maniera da offrire numerosi servizi accessori. Il lido che offre il noleggio del lettino, dell'ombrellone e la pulizia della spiaggia è ormai solo un ricordo. Tutti gli stabilimenti della zona hanno la tavola calda, sono aperti anche di sera, hanno il parco giochi per i bambini e l'animazione. Qualcuno, addirittura, offre ai propri clienti anche la possibilità di utilizzare la piscina, la palestra per l'esercizio fisico, e il servizio bar fin sulla riva. Ed anche i prezzi, seppur alti, sono sempre ben al disotto di quelli degli stabilimenti delle spiagge limitrofe del sud pontino e della zona del Fusaro e di Bacoli. Per noleggiare un lettino occorrono circa sei euro, con altri quattro si ottiene anche l'ombrellone; un euro per avere il ghiacciolo, due per il trancio di pizza e il gelato a cono. Con quindici euro il bagnante può pranzare seduto al tavolo ed ordinare un primo un secondo con contorno ed una bibita. Il parcheggio è gratuito negli stabilimenti che hanno lo spazio per ospitare le vetture. In tutte le altre il prezzo lo stabilisce il parcheggiatore abusivo di turno, che, solitamente, di domenica non permette la sosta per meno di tre euro.
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